Mariangela Gualtieri, Sermone ai cuccioli della mia specie (estratto)

Mariangela Gualtieri, Sermone ai cuccioli della mia specie (estratto)

Cari cuccioli,
vi ho guardato a lungo.
Ero lì nascosta nel buio
e vi guardavo giocare,
nascosta nel buio come una carogna,
come una spia che studia
il nemico, come un ladro che aspetta
il momento buono,
come un terrorista
che guarda a distanza
e fa i suoi piani d’innesco.
Io vi guardavo ammutolita,
intenerita da voi,
cari cuccioli della mia specie,
e poi anche disgustata da voi
che eravate lì inermi a un palmo dal
mio naso.

Siete indeboliti cuccioli. Siete
Spaventati e soli. Siete avidi. Siete sazi. Siete svuotati.
Sfiniti siete. Siete vinti.

Io vi guardavo da una quasi nausea,
da tutto quel buio: ricordavo
un’antica infelicità d’infanzia, un’antica
paura.
Ricordavo bene quell’essere fra gli
Altri, spersa, sola.
La mia paura me la ricordavo,
guardando la vostra. Ricordavo bene
il mio sguardo, come se lo avessi
sempre visto da fuori:
sbigottito, quasi non ci credevo
d’essere in questo mondo,
non me lo spiegavo, il mondo,
non mi raccapezzavo.
Come precipitata ero,
dalle altezze caduta molto giù,
molto di lato, nel mondo degli uomini
e delle donne. Nel mondo
delle case di mattoni.
Nel mondo dove si lavora e
Si mangia e si dorme e
Si fa la cacca ogni giorno
E ogni giorno si fa la pipì
Tante di quelle volte e si mangia e
Si dorme e ci si lava la faccia.

Da dentro quello sguardo,
chiusa lì dentro
nella mia fortezza
io guardavo il mondo dei grandi e
provavo una grande pietà.
Io li sentivo che piangevano dentro.
Sentivo che non ce la facevano.
Li sentivo gridare dentro. Con muri
dentro, con scarafaggi e muffe,
dentro.
E un giorno,
quando ero molto piccola,
ho fatto giuramento,
un giuramento infante,
senza le parole, ma chiarissimo
e sonante:
io me li prendo tutti nel petto
e li scampo
li porto in salvo.

Ho giurato così,
senza dire neanche una
di queste parole,
ma con tutte queste parole più forti cento volte.
Nel mio letto, vicino al grande
Armadio con lo specchio,
fra le sponde alte di legno,
con la sorella vicina che tossiva,
giuravo forse ogni notte, per quella
tosse, per la faccia stanca
del mio babbo, e per tutte le facce
dei grandi,
coi loro segni come di grande pena.
Una bambina nel suo letto
ha fatto il giuramento,
recitato la formula che salva,
forse ha vinto sulla morte
e sul mondo.

Aspettavo il giorno in cui mi
avrebbero detto il grande segreto.
Sentivo, lo sapevo, che dietro al loro
non dire niente
si nascondeva la grande verità.
Sentivo, lo sapevo, che loro sapevano
tutto quello che io non sapevo.
Sentivo che un giorno me lo
avrebbero detto
e io avrei capito il mondo
e non avrei sofferto come loro,
perché loro stavano già soffrendo
anche per me. Sentivo e aspettavo.

Poi molto piano, molto in ritardo,
molto piano, millimetro dopo
millimetro,
in un lavoro di tic tac e minuti molto
piccoli, piano piano,
sono passata di là,
sono caduta del tutto nel mondo,
appiattita, schiacciata al suolo
in un lento atterraggio.

Adesso, cari cuccioli, io sono grande.
Sono molto grande.
Sono quello che mai e poi mai
avrei voluto essere:
una persona grande.
Adesso io sono dei loro.
Adesso lontanissima sono
dai miei favolosi sette anni,
quando ero un genio buono,
uscito da poco dalla lampada,
e un filosofo ero, ma senza
le parole, un grandioso poeta
analfabeta, un artista senz’arte.

Adesso da qui, da questo esilio duro,
da questo corpo con peso, da questa
mente complicata,
da questa mente ingombrante,
da qui,
da questo buio che è tutto il mio,
da qui vi guardo, adorandovi.
Vi chiedo aiuto.
Una parte di me vi supplica,
vi implora, vi chiede aiuto e aiuto.
Adesso tocca a voi salvarmi, fare
Il giuramento.
Potrete? Ci riuscirete? Mi sentite?
Sentite?

Dicono che siete rotti.
Siete sazi, dicono. Corrotti.
Rovinati siete, come tutto il resto.
Anche voi nella lista lunga delle
Perdite: l’acqua, l’aria, il silenzio,
il pudore… Anche voi.
Stuprati siete, rotti. Vecchissimi e
Troppo stanchi per l’infanzia. Scarichi.
Vuoti.

Allora adesso imparate.
Imparate l’odore dei nemici potenti.
Sbranate, cuccioli, le loro mani piene.
Scassate le loro tane come galere.
Sputate sui loro piatti, incendiate le
Stanze gonfie di giocattoli,
scappate, morsicate, tirate pietre sui
televisori, scalciate, spaccate questo
micidiale nostro sogno, l’inesauribile
bisogno di confort,
fateci a pezzi, scancellate noi, puniteci
per avere fatto di voi
le nostre miniature
per avervi disinnescati, resi innocui,
per non avervi ascoltati, nel vostro
sommo sapere.

Voi che eravate le porte
del regno dei cieli
e chi non passava da voi non passava
voi che eravate purissima gioia
voi che eravate noi bloccati nella
più grande bellezza
voi che somigliavate ai cuccioli
degli altri animali
voi che capivate lo splendore
misterioso degli animali
voi che dormivate un sonno perfetto
e benedetto
voi che vi svegliavate ridendo
voi che facevate balletti strepitosi.
Voi, nostre divinità domestiche.

Nascete ancora, cuccioli. Restate.
Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate.
Siate.

Carol Ann Duffy, Mrs Midas

traduzione in italiano
05.03.14: evento per C.A. Duffy
appunti su C.A. Duffy

Carol Ann Duffy, Mrs Midas (The World’s Wife)

It was late September. I’d just poured a glass of wine, begun
to unwind, while the vegetables cooked. The kitchen
filled with the smell of itself, relaxed, its steamy breath
gently blanching the windows. So I opened one,
then with my fingers wiped the other’s glass like a brow.
He was standing under the pear tree snapping a twig.

Now the garden was long and the visibility poor, the way
the dark of the ground seems to drink the light of the sky,
but that twig in his hand was gold. And then he plucked
a pear from a branch – we grew Fondante d’Automne –
and it sat in his palm like a light bulb. On.
I thought to myself, Is he putting fairy lights in the tree?

He came into the house. The doorknobs gleamed.
He drew the blinds. You know the mind; I thought of
the Field of the Cloth of Gold and of Miss Macready.
He sat in that chair like a king on a burnished throne.
The look on his face was strange, wild, vain. I said,
What in the name of God is going on? He started to laugh.

I served up the meal. For starters, corn on the cob.
Within seconds he was spitting out the teeth of the rich.
He toyed with his spoon, then mine, then with the knives, the forks.
He asked where was the wine. I poured with shaking hand,
a fragrent, bone-dry white from Italy, then watched
as he picked up the glass, goblet, golden chalice, drank.

It was then that I started to scream. He sank to his knees.
After we had both calmed down, I finished the wine
on my own, hearing him out. I made him sit
on the other side of the room and keep his hands to himself.
I locked the cat in the cellar. I moved the phone.
The toilet I didn’t mind. I couldn’t believe my ears:

how he’d had a wish. Look, we all have wishes; granted.
But who has wishes granted? Him. Do you know about gold?
It feeds no one; aurum, soft, untarnishable; slakes
no thirst. He tried to light a cigarette; I gazed, entranced,
as the blue flame played on its luteous stem. At least,
I said, you’ll be able to give up smoking for good.

Seperate beds. In fact, I put a chair against my door,
near petrified. He was below, turning the spare room
into the tomb of Tutankhamun. You see, we were passionate then,
in those halcyon days; unwrapping each other, rapidly,
like presents, fast food. But now I feared his honeyed embrace,
the kiss that would turn my lips to a work of art.

And who, when it comes to the crunch, can live
with a heart of gold? That night, I dreamt I bore
his child, its perfect ore limbs, its little tongue
like a precious latch, its amber eyes
holding their pupils like flies. My dream-milk
burned in my breasts. I woke to the streaming sun.

So he had to move out. We’d a caravan
in the wilds, in a glade of its own. I drove him up
under cover of dark. He sat in the back.
And then I came home, the women who married the fool
who wished for gold. At first I visited, odd times,
parking the car a good way off, then walking.

You knew you were getting close. Golden trout
on the grass. One day, a hare hung from a larch,
a beautiful lemon mistake. And then his footprints,
glistening next to the river’s path. He was thin,
delirious; hearing, he said, the music of Pan
from the woods. Listen. That was the last straw.

What gets me now is not the idiocy or greed
but lack of thought for me. Pure selfishness. I sold
the contents of the house and came down here.
I think of him in certain lights, dawn, late afternoon,
and once a bowl of apples stopped me dead. I miss most,
even now, his hands, his warm hands on my skin, his touch.

Radnóti Miklós, Hetedik ecloga

traduzione in italiano

Látod-e, esteledik s a szögesdróttal beszegett, vad
tölgykerités, barakk oly lebegõ, felszívja az este.
Rabságunk keretét elereszti a lassu tekintet
és csak az ész, csak az ész, az tudja, a drót feszülését.
Látod-e drága, a képzelet itt, az is így szabadul csak,
megtöretett testünket az álom, a szép szabadító
oldja fel és a fogolytábor hazaindul ilyenkor.

Rongyosan és kopaszon, horkolva repülnek a foglyok,
Szerbia vak tetejérõl búvó otthoni tájra.
Búvó otthoni táj! Ó, megvan-e még az az otthon?
Bomba sem érte talán? ‘s van’, mint amikor bevonultunk?
És aki jobbra nyöszörg, aki balra hever, hazatér-e?
Mondd, van-e ott haza még, ahol értik e hexametert is?

Ékezetek nélkül, csak sort sor alá tapogatva,
úgy irom itt a homályban a verset, mint ahogy élek,
vaksin, hernyóként araszolgatván a papíron;
zseblámpát, könyvet, mindent elvettek a ‘Lager’
õrei s posta se jön, köd száll le csupán barakunkra.

Rémhirek és férgek közt él itt francia, lengyel,
hangos olasz, szakadár szerb, méla zsidó a hegyekben,
szétdarabolt lázas test s mégis egy életet itt,-
jóhírt vár, szép asszonyi szót, szabad emberi sorsot,
s várja a véget, a sûrü homályba bukót, a csodákat.

Fekszem a deszkán, férgek közt fogoly állat, a bolhák
ostroma meg-megujúl, de a légysereg elnyugodott már.
Este van, egy nappal rövidebb, lásd, ujra a fogság
és egy nappal az élet is. Alszik a tábor. A tájra
rásüt a hold s fényében a drótok ujra feszülnek,
s látni az ablakon át, hogy a fegyveres õrszemek árnya
lépdel a falra vetõdve az éjszaka hangjai közben.

Alszik a tábor, látod-e drága, suhognak az álmok,
horkan a felriadó, megfordul a szûk helyen és már
ujra elalszik s fénylik az arca. Csak én ülök ébren,
féligszítt cigarettát érzek a számban a csókod
íze helyett és nem jön az álom, az enyhetadó, mert
nem tudok én meghalni se, élni se nélküled immár.

Lager Heidenau, Zagubica fölött a hegyekben, 1944. július

Attila József, Tiszta szivvel

traduzione in italiano

Nincsen apám, se anyám,
se istenem, se hazám,
se bölcsõm, se szemfedõm,
se csókom, se szeretõm.

Harmadnapja nem eszek,
se sokat, se keveset.
Húsz esztendõm hatalom,
húsz esztendõm eladom.

Hogyha nem kell senkinek,
hát az ördög veszi meg.
Tiszta szívvel betörök,
ha kell, embert is ölök.

Elfognak és felkötnek,
áldott földdel elfödnek
s halált hozó fû terem
gyönyörûszép szívemen.

1925. március

Lawrence Ferlinghetti, I have not lain…

traduzione in italiano

I have not lain with beauty all my life
telling over myself
its most rife charms
I have not lain with beauty all my life
and lied with it as well
telling over to myself
how beauty never dies
but lies apart
among the aborigines
of art
and far above the battlefields
of love
It is above all that
oh yes
It sits upoin the chiocest of
Church seats
up there where art directors meet
to choose the things for immortality
And they have lain with beauty
all their lives
And they have fed on honeydew
and drunk the wines of Paradise
so that they known exactly how
a thing of beauty is a joy
forever and forever
and how it never never
quite can fade
into a money-losing nothingness
Oh no I have not lain
on Beauty Rests like this
afraid to rise at night
for fear that I might somehow miss
some movement beauty might have made
Yet I have slept with beauty
in my own weird way
and I have made a hungry scene or two
with beauty in my bed
and so spilled out another poem or two
upon the Bosch-like world.
(Lawrence Ferlinghetti: poesia n. 10 da “A Coney Island of the Mind”)